Quando i delfini abbandonano il pianeta Terra, volando via, Arthur Dent e i suoi compagni si ritrovano trasformati in due cetrioli di mare su una superficie di marmo lucido, mentre la gravità viene temporaneamente sostituita da un forte profumo di petunie. Momento, momento: non stiamo parlando di contenuti AI slop né di stravaganze brainrot, ma di una scena di puro delirio fantascientifico da Guida Galattica per Autostoppisti. L’anno è il 1979, epoca in cui non si poteva scambiare l’autore Douglas Adams per un output di Sora – oggi, sui delfini volanti, avremmo qualche dubbio.
Ok, ma da Adams all’AI c’è un’esigenza comune: quando il mondo inizia a esagerare, di artefatti fantascientifici, è bene scrivere una guida. Ironica, quella di Adams, un po’ meno quella della Commissione Europea, che il 2 agosto 2026 scaraventa sulle scrivanie di tutti i creativi dell’area Schengen (o quasi, ops) il famigerato articolo 50 dell’AI Act. Se in questo mese vi siete imbattuti in orribili pecette “AI generated”, relegate negli angoli dei visual di Instagram, bene: ora sapete perché. Ma la storia di questa normativa, oltre che tortuosa, è anche estremamente moralista.
Guida galattica per autosloppisti
Come ogni normativa che si rispetti, l’AI Act si presenta incomprensibile. Bene. Tanto che l’Unione Europea ha già approvato un Digital Omnibus, ovvero un “pacchetto di semplificazione normativa” che prova a fare ordine e armonizzare il labirinto delle normative digital: dal GDPR al Data Act, passando per la direttiva ePrivacy e, naturalmente, l’AI Act – che è già stato, a sua volta, semplificato da un AI Omnibus. In altre parole: la solita burocrazia iper stratificata per mascherare l’incapacità delle istituzioni di stare al passo coi tempi.
Ma non finisce qui. Anche se tutti parlano, a gran voce, del famigerato articolo 50 dell’AI Act, questa normativa è già in vigore da due anni – 1 agosto 2024, per la precisione. Bene, allora perché ad agosto ogni singola agenzia creativa ha iniziato a segnalare i contenuti artificiali? Semplice: l’AI Act prevedeva una graduale applicazione, a scaglioni, della legislazione. Insomma, potevamo già saperlo da qualche annetto, ma va bene così.
Fin qui, la storia, ma veniamo a noi: questo famigerato articolo 50 prescrive, a chi crea e distribuisce contenuti, l’obbligo di contrassegnare esplicitamente immagini, video, audio e testi generati o alterati sinteticamente con il bollino o la dicitura “AI-generated”. P.S.: vi risparmiamo i meandri delle specifiche tecniche, che definiscono cosa sia umano effettivamente, affinché questo articolo non diventi un lungometraggio – o una seduta spiritica.
D’accordo, fingiamo per un momento che la burocrazia brussellese sia un attimo più efficiente dell’INPS. E che effettivamente sia un problema, l’invasione di contenuti AI, per la nostra inesorabile ricerca di verità – strano, allora, che non ci sia lo stesso rigore contro le fake news. Certo, non aiutano Jacob Coxon o Evan Hubinger, quando sostengono che le intelligenze artificiali ci distruggeranno in pochi anni, ma la nostra sensazione è che il quadro delle normative anti-AI abbia un comune fondamento moralista: reprimere le intelligenze artificiali come male assoluto, in senso letteralmente bigotto.
L’inquisizione del bollino
Oggi si stima che entro la fine del decennio, oltre il 90% dei contenuti digitali sarà sinteticamente alterato o generato dalle intelligenze artificiali – in uno scenario dove le AI più riconosciute contano circa 500 milioni di utenti attivi ogni giorno. Catastrofisti, trattenete il leone da tastiera che è in voi: questo dato significa semplicemente che ci stiamo avviando verso una normalizzazione tecnologica – cambia il paradigma, direbbe Kuhn, come il giorno in cui la stampa di Gutenberg mandò in pensione gli amanuensi, come quando Photoshop congedò gli artisti. Fiamminghi a parte, non vogliamo mica neutralizzare un fenomeno endemico, però parliamoci chiaro: siamo a un altro giro di boa, dove cambia (di nuovo) la modalità con cui il genere umano si esprime – furono le incisioni rupestri, poi le cattedrali, quindi i Coniugi Arnolfini e oggi i video AI-generated.
Quindi no, il bollino non ci va giù, perché l’AI è un nuovo orizzonte, come tanti ce ne sono stati. Ma la miopia alimenta la paura, quindi eccoci con un’altra inquisizione, con tutta la sua furia normatrice: trattare ogni singolo contenuto AI come un potenziale veleno comunicativo. Sì, ma questo significa rinunciare del tutto a comprendere la realtà. No, non siamo lassisti – men che meno libertari – ma marchiare a fuoco l’output delle AI, come se il problema fosse appunto il sorriso fittizio di un prompt, significa non avere tatto. Già, perché stiamo mettendo sullo stesso piano deepfake ingannevoli e contenuti promozionali del tutto innocui, o spot di bassissima lega completamente indifferenti.
Segnalare vs. responsabilizzare
Eccoci qua, allora, al ritorno di una nuova forma di inquisizione – digitale, a ‘sto giro, ma sempre di censure stiamo parlando. Provvedimento totalmente cieco, perché si mettono sullo stesso piano deepfake e AI slop. Da una parte, minacce concrete ai processi democratici e alla reputazione delle persone reali; dall’altra, esperimenti grotteschi come il video della Serie A contro il pezzotto – che ha una sola colpa: di essere talmente brutto da stimolare, al contrario, la pirateria – o a un rendering grafico d’agenzia, per velocizzare un layout social. Certo, fosse per noi sarebbe da aggiungere un marchio estetico, una sorta di gogna pubblica per le agenzie che scelgono di risparmiare 5k in favore di uno spot orripilante, con character così finti da fare invidia al botulino. Estetico, ripetiamo, ma non morale – perché per noi c’è ancora differenza tra l’AI usata per il bene e l’AI usata per il male.
Insomma, l’AI Act ci pare un manifesto di puritanesimo: demonizza lo strumento per evitare l’onere di giudicare la responsabilità. Che a pensarci, è come criminalizzare il mercato delle armi, ma non gli acquirenti; prendersela con le droghe, anziché coi consumatori. Perché è più facile sparare nel mucchio, bollando ogni contenuto, che discernere caso per caso – difficile, ma del resto Meta ci riusciva bene con lo shadowban. Insomma, siamo dell’idea che il famigerato articolo 50 sia la scorciatoia ideale per istituzioni che, incapaci di educare la popolazione alla complessità del digitale, preferiscono appiccicare avvertenze di pericolo come si fa sui pacchetti di sigarette – quando sarebbe più virtuoso sensibilizzare sul fumo, ma va beh.
L’uomo, dietro l’artificio
Sperare che sia una dicitura ministeriale, nell’angolino di un visual, a salvarci dalla disinformazione è una pura illusione che produce un effetto collaterale devastante: la deresponsabilizzazione totale di chi fruisce, dei contenuti artificiali. Detto diversamente: stiamo sollevando da ogni dovere morale, di informarsi, l’utente che subisce l’AI. Tranquillo, non è colpa tua se su TikTok hai visto un reel dove il Papa, a cavallo di un drago volante, annunciava la fine della Chiesa cattolica – e ci hai creduto. Bene, ma a furia di deresponsabilizzare l’utente – e a sparare a zero sull’AI – non stiamo solo penalizzando chi ci lavora, con le intelligenze artificiali, ma sollevando le persone dal dovere di avere un pensiero critico: di informarsi, tanto per smentire le fake news quanto per distinguere naturale e artificiale.
A forza di delegare il giudizio etico ai bollini di Stato, sediamo l’unico vero antidoto contro la manipolazione: appunto, il pensiero critico – e questo, ahinoi, si chiama cultura, informazione, educazione. Ok, oggi funziona, ma quando le AI saranno così eccellenti da essere totalmente irriconoscibili – e gli utenti completamente inconsapevoli – potremo soltanto sperare nella bontà d’animo dei prompt designer, augurandoci non ne facciano cattivo uso. Nel mentre, ci teniamo il bollino moralista, nella speranza di fare la stessa fine dei delfini di Adams: abbandonare questo pianeta.

