Prompt: brainrot meme, re-edition in stile Studio Ghibli, “crea il mio starter pack”. Output: una grande sagra del cringe, questa intelligenza artificiale, nata per farci evolvere – cresciuta per rin*oglionirci. E con OpenAI che dichiara un valore di mercato monstre, da 852 miliardi di dollari – circa il PIL dei Paesi Bassi – anche l’AI sta creando una sua piccola, grande nazione, densamente popolata da 500 milioni di utenti attivi, ogni giorno.
D’accordo, non faremo di tutta l’erba un fascio. Al netto del prompt shaming – anche tu, ammettilo, hai chiesto di ghiblizzare una foto – sugli output dell’AI siamo tutti d’accordo: sono incredibilmente perfetti. Ma su cosa sia questa “perfezione”, c’è bisogno di accordarsi.
Probabilmente perfetto
Certo, ChatGPT partorisce umani a 6 dita e volti fin troppo simmetrici, mentre Gemini tende ad accostare con spontaneità criminali e black people. Ma al di là delle piccole sviste, i figli dell’intelligenza artificiale sono prodigiosi: visual da science fiction, luci impeccabili e palette che Wes Anderson spostati. Testi da manuale di copywriting, wording fluidi, opere che Baricco levati – ma per davvero.
Il risultato? Una sorta di estetica ideale, canonica, levigata. Quelli bravi la chiamano estetica probabilistica: l’AI, pescando da terabyte di file online, impara a combinare proporzioni, immagini, parole secondo i pattern (statisticamente) più ricorrenti.
Ecco, in questa perfezione statistica, l’AI non può sbagliarsi mai. Certo, possiamo rimproverarle di aver concepito una bodycopy un po’ citofonata, un visual scontato, ma non leggeremo mai refusi o errori sintattici, non vedremo mai simmetrie sfalsate o equilibri imprecisi – SUNO non avrà l’estro di Mozart, ma le linee melodiche non sono mai stonate. E quindi, capiamo cosa sia la perfezione: non commettere errori. L’AI, possiamo dirlo, non sbaglia mai – sulla sintassi, sulle proporzioni, sulle melodie.
Sicuramente noioso
Bella, ‘sta perfezione – a pensarci, era l’aspirazione più pura dell’arte: il canone greco, l’immagine di Dio. Ci scuseranno gli accademici se mettiamo AI slop e Michelangelo sullo stesso piano, ma oggi questa perfezione, scolpita negli output, è diventata noiosa. Ce lo conferma una scienza – imperfetta – come la statistica, di nuovo, che il 60% degli utenti diffida di contenuti percepiti come “artificiali”. E dopo il delirio di onnipotenza, l’hype è diventato overdose: il 54% delle persone si dice stanca di sentir parlare di IA.
Ma com’è possibile che la perfezione, oggi, risulti noiosa? Semplice: l’AI crea contenuti troppo perfetti, senza attrito. Immagini troppo vicine alla realtà, al punto da sembrare una parodia, come il paradosso dell’arte iperrealista: un’opera d’arte identica alla realtà può dirsi arte? Warhol battezzava la morte dell’arte, e forse non sbagliava. Fatto sta che in questa perfezione artificiale assistiamo a una proliferazione di contenuti troppo puliti, troppo curati. Troppo divini.
E qui, mica per caso, iniziamo a sentir parlare di #autenticità. All’epoca, una rivincita dei micro-influencer, credibili e raggiungibili, contro la vita ineffabile e perfetta – guarda caso – delle grandi celebrità. Oggi, una lotta del naturale contro l’artificiale, dell’errore contro la perfezione. Perché sì, l’autenticità è imperfetta, come l’uomo.
Certamente imperfetti
Umanità, dicevamo. Sarà un principio di identità – umani che guardano umani – ma non stupisce, giustamente, che il 75% degli utenti preferisca interagire con contenuti di persone reali, anziché AI generated. E i brand lo hanno capito, ingaggiando sempre più creator per dare vita a UGC – collaborazioni che crescono al ritmo di +93%, anno su anno.
Sì, ma al di là dei neuroni specchio, che portano la scimmia a empatizzare con la scimmia, c’è in gioco una partita più profonda. Quella tra verità e finzione, tra autentico e artificiale – ma soprattutto, tra corretto e sbagliato. Stiamo facendo un elogio del refuso? Sni, perché sia mai un typo su un billboard, ma a un livello più profondo dobbiamo difenderlo questo errore, questa imperfezione.
Paradossale, visto che abbiamo lavorato per anni a correggere, sistemare. Filtri, editing, post-produzione, ritocchini chirurgici su Adobe per fillerare un po’ quelle guance smorte. Hey baby sorridi, sei una star! ma l’AI, boost artificiale di questo perfezionismo, ha partorito piano piano un’estetica uniforme, globale, indistinguibile. Et voilà, un mondo in cui tutto è formalmente corretto, incredibilmente perfetto – ma proprio per questo, noiosamente simile, reale. E quando tutto si assomiglia, niente si distingue.
Ben venga, allora, questa imperfezione. Non come nostalgia del refuso, né come romanticismo del “wrong is right” – sarebbe ingenuo. Ma come unico punto di frizione possibile, in un ecosistema che tende alla levigatura totale, a neutralizzare il margine di imperfezione. D’altronde, se la perfezione è omogenea, la creatività è un’eccezione, una deviazione.
E finché siamo umani, almeno noi, possiamo dirci eccezionali.

