Dove inizia la fandom, finisce la community

Feb 26, 2026

12 ore, di maratona. Non 42km, ma appena 35 millimetri: come le pellicole del Signore degli Anelli, che i puristi di Tolkien – come in un rito, più che una corsa – si ostinano a divorare – versione extended, eh. Perdonaci Gandalf, rivisitiamo il motto: Tu non puoi lasciare. Il divano, perché 25 anni dopo la prima de La compagnia dell’anello, il mito è tutt’altro che appassito: vedi Amazon, che ha sborsato 250 milioni di dollari per i diritti televisivi, lanciando la serie sequel.  

Altro che il mio tessssoro – qui, anche Smaug perderebbe la testa. Ma al di là delle cifre, bestiali, si può capire perché ancora oggi su LOTR ci sia tutta questa attenzione. Per capirne le ragioni, dobbiamo addentrarci nella Terra di mezzo: lì, incontriamo un’entità sociale, ma non social. Ebbene, cari elfi, nani, orchi e umani che ci leggete, vi diamo il benvenuto nel regno dei fan – meglio noto come Fandom. 

 

Nel regno dei fan(atici)

Una crasi, inglese, tra “fan” e “kingdom”. Risultato: un autentico regno. Acefalo, senza monarca, ma gli dei ci sono eccome – qui, per fortuna, al plurale. E nel politeismo delle fandom, le sacre scritture lasciano spazio alle pellicole, ai romanzi fantasy, ai raduni spontanei e al culto del cosplay. Tutto dal basso, per iniziativa popolare, per feticizzazione dei personaggi del Signore degli Anelli, per idolatria di Darth Vader – May the 4th be with you – o per amor di manga, infinito, quanto le braccia di Rufy in One Piece – che abbracciano oltre 500 milioni di copie vendute, in tutto il mondo, per non parlare della serie.

Un culto, che brulica in un sottobosco di blog, pagine, magazine, feste a tema, e chi più ne ha più ne metta. Impossibile da circoscrivere, delimitare nei suoi confini – anche perché, quando l’idolatria esplode, diventa vero e proprio evangelismo. Basta vedere Star Wars, che dal 1977 ha dato vita a oltre 350 romanzi e opere cartacee, che costellano il cosiddetto Universo Espanso – per non parlare delle inquantificabili produzioni video. 

Stellare, a dir poco, perché la maggior parte di queste produzioni è fanmade. Mera fantasia? Non proprio, perché anche il buon vecchio George Lucas – padre dei duelli con le spade laser – dovette cedere, e riconoscere dignità alla pletora di fanfiction, side characters, subplot, spin-off che hanno dato vita a sviluppi inattesi, rispetto alle sceneggiature degli anni ‘80. E tante, sono entrate a far parte della vera e propria saga. Beh, caro Lucas: che la forza sia con te, a seguirle tutte. 

 

Dove la community non arriva

E qui, la tentazione di citare i social ci avvicina al Dark Side. Sì, perché dal grande amore dei fan nascono fanpage, chat, branded content firmati Netflix e Disney – che oggi, lo ricordiamo, possiede la Lucasfilm. Certo è che sarebbe un’impresa, titanica, contarle tutte. No, non ci proviamo neanche, e non per pigrizia: di principio, è un errore – contemporaneo – confondere quantità e viralità. Certo, i social ci educano a capitalizzare sui grandi trend – e tra anime e pellicole, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta – ma qui parliamo di un fenomeno che esula dalle metriche social. Per questo, introduciamo una distinzione: tra fandom e community. 

Figli litigiosi della stessa madre, la vecchia cara Viralità, certamente non vanno d’accordo tra di loro. Perché se la community è un asset digitale – per non dire funzionale – da moderare, circoscrivere nell’engagement rate e nel conteggio dei follower, la fandom è un enfant terrible, senza capo né coda. Nel regno dei fan, se mai, incontriamo un fervore ingovernabile: non calcolabile, non gestibile, non influenzabile. 

In altri termini: esiste un management della community, ma non certo della fandom. Che non si può conteggiare in un foglio Excel, o studiare con Meta. Qui, l’unico metro è la passione, la feticizzazione – religiosa, irrazionale – che può scaturire davanti a una grande opera, quando – e se – scocca la scintilla. 

 

Al fan non si comanda

Fan vs. follower, sarebbe il titolo di una nuova trilogia social. Ma ci asteniamo dall’impresa, titanica, di girarla. Se mai, ne facciamo uno slogan, o meglio, una buona lezione per i brand: che possono sicuramente sforzarsi di imbastire la community attorno a una serie – vedi Stranger Things, tra maxi installazioni e partnership con i grandi supermercati italiani. Ma per lo zoccolo duro della fandom, non esiste una strategy che possa dirigere gli umori: nasce spontaneamente, senza social media manager, solo quando l’opera guadagna l’idolatria. 

E se di questi tempi vediamo più community che fandom, più serie da 2/3 stagioni che film intramontabili, beh, il problema è chiaro. Finché l’entusiasmo sarà sentiment, l’innamoramento impression e l’attaccamento engagement rate, allora il fandom resterà sempre, tristemente, un passato remoto. Una prova concreta: ancora Netflix, che alla narrativa della sceneggiature preferisce il conteggio economico. E solo nel 2025, più di 50 serie TV sono state interrotte, per revenue non soddisfacenti. E se si decide a tavolino quale sarà il futuro di una serie, allora la scrittura – quella che con Tolkien ha fatto innamorare generazioni intere – può andarsene a Mordor.

Un regno fantastico? Forse più mitologico, quello della fandom, come El Dorado: leggendario, profetico, forse irraggiungibile. Perché mentre il Signore degli Anelli regge ancora dopo 25 anni – 72, contando i libri – ci chiediamo se le serie di oggi, in quanto a memorabilità, arriveranno a Natale.