Brand beefing, con le money quando vuoi

Ago 25, 2025

Indice sul grilletto, uno stallo alla messicana. Lo sguardo di Clint Eastwood schermato dal cappello da cowboy. Genere italianissimo, ma a quanto pare lo spaghetti-western piace a tutti da Sergio Leone ai Leoni di Cannes, anche il marketing è un grande fan di botte e pugni: i dissing tra influencer, gli scontri tra fanbase, il banter teasing – aka le frecciatine velenose – gli sfottò tra i grandi marchi… insomma, fanno sempre sold-out al botteghino. E anche se si tende a moderare, tra netiquette cattoliche e un CM che porge l’altra guancia, tutti preferiamo la Trinità – sì, ma quella di Bud Spencer e Terence Hill. Scagli la prima pietra chi non si è schierato tra Fedez e TonyEffe. Certo, non parliamo di risse da saloon, ma di una strategia oculata: si chiama brand beefing, ed è più che un trend. Ring the bell, ci infiliamo un guantone per pugno (di dollari) e saliamo anche noi sul tappeto.

 

One-two-three, KO

Il brand beefing – beef, slang per animosità, da non confondere con brief – è una pratica di scontro tendenzialmente online tra brand, competitor, ma anche tra lo stesso brand e la sua fanbase. Da non confondere con le zuffe à-la Far West, dove gli sgabelli (digitali) volano come nei commenti boomer, perché il brand beefing segue un obiettivo preciso: creare una brand reputation forte, con posizionamenti netti, spavaldi e uscite al vetriolo. Commenti, frecciatine varie ma anche vere e proprie campagne che mettono il brand al centro del ring, dove puntano tutti i riflettori. 

Non un saloon, per l’appunto, ma parlando di banconi fu proprio Burger King a rendere celebre il brand beefing – nel suo eterno dissing con McDonald’s. E dagli spaghetti agli hamburger, BK negli anni ha cucinato con pazienza una bella identità. Grigliata, come i Whooper, fin dal primo spot-dissing del 1981, che senza timore cita il grande competitor e lo sminuisce.  

 

 

Non c’è fumo, anche se è grigliato, perché così Burger King è diventato un brand impavido che non disprezza lo scontro – con un ToV autorevole e riconoscibile, bello unto come piace a noi. E persevera, coi guantoni da boxe, ancora oggi.

 

brand beefing

2025, ultimo capitolo del dissing.

 

Ma se sfidare un competitor pare facile – naturale – c’è chi affronta anche la propria fanbase. Rischioso? Beh, se non soffri di vertigini puoi buttarti giù dalla terza corda. Come RyanAir, che non teme il volo né il conflitto con i follower: sbordate di frecciatine contro il suo stesso target (clienti e viaggiatori), col serbatoio pieno di autoironia e quintalate di post da scintilla sul carburante. Tipo questo.  

 

 

E torniamo nella patria degli spaghetti, anche se qui siamo un po’ celiaci rispetto al corboidrato dell’unpopular opinion: il Western, nostra antica gloria, oggi non va come all’estero. Ma nella storia recente a Milano, anche se in forma mite e, forse, concordata, il brand beefing si è fatto sentire con la trilogia WeRoad – Serenis – Casavo. Non una vera e propria faida, men che meno uno scontro all’ultimo sangue, ma un battibecco originale tra brand, sulla stessa parete. Risultato finale? Un pareggio senza morti né feriti, con una buona dose di visibilità per tutti gli sfidanti.    

 

brand beefing

One, two, three.

A money nude

Quando un’agenzia con la pistola incontra un cliente col fucile… è Trinità, ma tra il Brutto e il Cattivo, spesso è il Buono a nutrire la maggior parte dei piani editoriali. Ped gentili, distesi, con post garbati e una strategia editoriale da larghe intese – e poi, chissà perché, l’engagement stenta a salire. Certo, non che i social debbano diventare un campo minato: farebbe strano vedere Brunello Cucinelli sacrificare il suo charme, in una faida contro Supreme, ma in barba ai posizionamenti sciapi, sembra che i brand dalla personalità forte e schierata ottengano generalmente valori migliori, in termini di engagement e visibilità.

Gli scontri tra brand, ad esempio, fanno incrementare del 426% le ricerche online – d’altronde quando due colossi salgono sul ring, tutti vogliono il biglietto. Un po’, ahinoi, come la polemica da talk in tv che fa ancora oggi salire lo share dozzinale.

Cosa è giusto? Dipende tutto dall’identità, as usual. Nel frattempo – anche se il petaloso non ci avrà mai! – noi teniamo un piede in una scarpa Puma e l’altro in una scarpa Adidas, che si sa mai.