Very Important People, l’acronimo anglofono che ha scandito i sogni di una generazione – di privé, di vite al limite, di romanticismi hollywoodiani e festini che oggi definiremmo bilaterali. Voilà, i bellocci col mento scolpito e le (ex) letterine radiose, la tintarella di luna sulla pelle e un moto, americano, nel cuore: fame or shame. Bene, per fortuna un giorno venne il digitale e fece tabula rasa – dagli attori agli influencer, dal cinema cheap all’icona popolare. Più vicini, più accessibili, più sinceri. Sì, ma anche più Far West: pistoleri dell’opinione, sceriffi nelle veci di politicanti e, soprattutto, fanbase convertite in elettorato, dirottate verso l’engagement. Una su tutte: la lettera politica di Fedez, Primo maggio 2021 – bello rovente, Federico, al contrario dell’intervista alla premier in Pulp, ben più simpatizzante.
Una paranoia moralista? Beh, se così fosse, di certo non è solo nostra: la condividiamo con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, aka AGCOM – altro acronimo, meno noto e certo più arcaico, per quei nomi (inutilmente) altisonanti delle istituzioni italiane. Ma l’ultima news, dell’AGCOM, è assolutamente di tendenza: è arrivato il primo albo degli influencer. Un po’ in sordina, senza grandi dichiarazioni, ma se doveste leggere la dicitura “iscritto all’elenco AGCOM” nella bio dei vostri idoli, beh, ora sapete perché.
L’albo, senza ordine
In soldoni: non avremo un ordine vero e proprio, com’è per avvocati o medici – anche se il brainrot di certi creator andrebbe medicalizzato. Ad ogni modo, è un primo enorme passo per responsabilizzare chi ha un seguito mediatico. Ma il fatto più rilevante sono le sanzioni: fino a 600.000 euro, per pubblicità ingannevole o occulta, e la possibilità di essere segnalati agli organi competenti per violazioni gravi. Una norma che, al momento, riguarda chi raggiunge almeno 500.000 follower o iscritti su una singola piattaforma, oppure totalizza 1 milione di visualizzazioni medie mensili. Certo, non indaghiamo sull’efficacia, ma attenzione: facciamo un primo, vero passo verso la responsabilità dell’influencer.
E alla buon’ora, aggiungiamo noi, col solito ritardo che ci caratterizza. Già, perché in Europa la legge è più che consolidata: vedi la Francia, che dal 2023 impone regole stringenti su pubblicità, filtri digitali e promozione di determinati prodotti. Obbligo di etichettare esplicitamente ogni contenuto sponsorizzato, in modo leggibile e inequivocabile – pena: fino a 300k di multa e perfino due anni di detenzione, alla faccia del Pandoro. E così, nei paesi nordici – tra Norvegia e Svezia – la trasparenza sulle collaborazioni commerciali è obbligatoria e monitorata con attenzione. Il messaggio è lo stesso ovunque: l’influencer marketing non può restare terra di nessuno. Quando un contenuto orienta comportamenti di consumo o percezioni sociali, entra automaticamente nel campo della responsabilità pubblica. Dura lex, sed lex.
Social è sociale
Etica, non moralismo. Non stiamo parlando di qualche innocente story promozionale, o della rosa di Dargen a Sanremo – che il Codacons, inquisitore, ha subito associato (senza fonte) ad Aperol – ma di numeri pesanti, che non possiamo più ignorare.
Il primo: in Italia, 28 milioni di persone seguono almeno un influencer. Mica passivamente, visto che il 57% dei nostri connazionali ammette di aver acquistato prodotti in base ai consigli di creator o ambassador famosi. Loro, la categoria dei VIP digitali, che secondo uno studio UNESCO per il 62% non verifica fonti né informazioni dei contenuti prima di diffonderli. La responsabilità, insomma, è reale: ciò che viene detto e mostrato conta, e può fare danni.
Chiaro, non basterà un albo a fare la rivoluzione. E con un po’ di sano cinismo, tra i soliti magna magna e obblighi non definiti dalla legge – lo ricordiamo, l’albo non ha valore legislativo – ne vediamo i limiti. Sì, ma il principio rimane: la categoria dei potenti, in ogni epoca, deve fare i conti col potere. Principio spesso travisato da un’altra classe, politica, ma se influencing significa “influenzare”, beh il problema rimane – e chi può influenzare, deve farlo con intelligenza, responsabilità, consapevolezza.
Cari influencer, cari opinionisti riciclati e trend setter, ricordatevi che il vostro seguito non è un merito, ma una responsabilità – e come tale, bisogna farsene carico. Non a caso, tra social e sociale, balla solo una vocale. E la società va difesa, necessariamente, da chi ha il potere di influenzarla.

