Un canto, il primo – partiamo da qui. Il più celebre, dantesco, ma sarebbe tutto da riscrivere. Non è revisionismo, ma un trasloco: della porta e dell’insegna, oggi, non c’è più traccia. Se Dante, nell’inferno, ci doveva entrare, noi a quanto pare ci siamo già. Lasciate ogni speranza, voi che loggate – dodecasillabo, ops. Entrati no, ma connessi sì: e tra le fiamme dell’online, dove tutto diventa entertainment (engagement), al rogo ci va pure l’informazione. E se i filosofi, candidamente, la chiamavano infosfera, a noi suona più attuale infernosfera – o come ha detto qualcuno, citando neologismi di un’altra letteratura, infertainment. Crasi intuitiva tra information, entertainment e l’italianissimo Inferno – anche noi, come sempre, ci mettiamo lo zampino.
Non sarà un endecasillabo, ma condensa tutta la Commedia. La nostra, non l’originale: una parodia dantesca, che porta l’Inferno quassù. Risultato? Una grande bolgia, di vizi ed eccessi, che va in scena come società dello spettacolo – direbbe Debord – dove l’informazione scivola nell’intrattenimento e ne assorbe i dogmi. Un palco, lungo quanto un feed, fatto di breaking news che non rompono nulla, di titoli urlati che non dicono niente, di indignazione prêt-à-porter e salotti trash. Spettacolare, sì, ma come un’Opera da quattro soldi – perdonaci, Brecht – perché l’informazione, oggi, non ci rende cultori, ma spettatori di una commediola di engagement, gossippate imperdibili, flash news. Ingaggiati, ma non necessariamente informati.
La Mela, una tentazione
Caronte, scegli tu la bolgia – c’è l’imbarazzo della scelta, che tutti di certo abbiamo assaggiato la Mela, tentatrice. Mutevole, tra clickbaiting e fake news, ha forme infinite.
Ma il primo morso è proprio per le fake news – che, secondo le stime, avrebbero il 70% di probabilità in più di essere condivise rispetto a quelle vere. Non a caso, abitano la stessa epoca del clickbaiting, dei titoli che sacrificano la deontologia per creare scalpore, articoli accattivanti, incredibili, imperdibili – e illeggibili. Solo percezioni? Mica tanto, qua non siamo in Paradiso – dove la luce divina abbaglia. Con lucidità, consultiamo uno studio condotto su 40 milioni di headline (in vent’anni di giornalismo), dove si dimostra che i titoli sono diventati più lunghi, e più negativi. Più avverbi drammatici, più aggettivi ansiogeni, più promesse di rivelazioni sconvolgenti.
Aggiungiamo benzina, sul fuoco infernale, e mettiamoci pure la FOMO, visto che il missing out è anche il timore di non essere aggiornati, sul pezzo. Guarda caso, circa il 69% delle persone ha sperimentato FOMO almeno una volta nella vita per timore di essere tagliato fuori, di non essere aggiornato sugli eventi/social feed.
La voce del testo
E mentre la Commedia ci lascia un solo, unico Canto (infernale), anche la rabbia dimentica la terzina e cambia metrica. Vanity metrics? No, si chiama rage bait e già l’Oxford Dictionary ce ne ha parlato, facendone parola dell’anno 2025: contenuti pensati non per spiegare, ma per aizzare gli spiriti roventi – di quella rabbia tipica dei leoni, da tastiera.
E se la rabbia deve diventare liquida, per scorrere tra le fessure del digitale, allora c’è bisogno che si trasformi in voce. Et voilà, dal testo alla performance, passiamo dalla penna alla pena dei creator, degli influencer, delle celeb che, microfono a portata di bocca, ci raccontano l’opinione, l’informazione, il pensiero. E l’abito, con la Corona in testa per fare i paladini, sì, ma di una giustizia faziosa: la propria. Così l’informazione, deposta dai giornali – evaporati, a loro volta – scivola nelle mani dell’engagement, e la carta stampata diventa voce strillata, il testo un pretesto per fare intrattenimento – guarda caso, di ‘sti tempi, tutti oratori, esperti di public speaking.
La porta sul retro
Curiosamente, anche se di penuria culturale si sta parlando, viviamo una crisi di abbondanza: dove c’è troppo, non c’è nulla per nessuno. Lo dice bene Costa – raggio di luce, che taglia la bolgia – quando sostiene che siamo i primi, al mondo, a sperimentare l’eccesso di informazione. E quando l’informazione è dappertutto, in ogni formato, allora non è veramente da nessuna parte – un po’ perché si fa concorrenza, e ben si vede nel clickbaiting, un po’ perché diventa prodotto di un mercato, svalutato.
Sarà anche vero che non c’è una porta per l’Inferno, ma una per il Purgatorio sì – perché per il Paradiso, insegna Dante, ci vuole troppo. Già, perché nel mondo che ci aggredisce di (dis)informazione, la via maestra è prendersi tempo. Dal feed, dall’algoritmo, dalla scrolling information, che subiamo passivamente senza andarcela a prendere. E se tutto ci porta a correre e spettacolarizzare, accomodarci sulle poltroncine per subire senza reazione, sta a noi rallentare, mollare la commedia – per andarci a leggere, con calma, un articolo, approfondire un tema. Respirare. Perché no, non basterà un clic a salvarci: ci vuole il tempo di un long form, di un podcast ascoltato dall’inizio alla fine. Di un argomento – uno almeno – da conoscere, masticare, assorbire fino in fondo.
Dante, ahinoi, la porta non si vede più. Ma ce n’è un’altra, più antica, di un tempio greco: c’era scritto “Conosci te stesso”. Bene, quella possiamo ancora varcarla: perché per informarci, conoscere e sapere, siamo sempre in tempo. A patto che ne troviamo, a sufficienza, per riflettere. D’altronde, salvarci è una nostra responsabilità.

